Ci eravamo lasciati qualche settimana fa con una prima recensione non del tutto positiva dei primi 4 capitoli. La cosa che mi aveva convinto meno era stato l’utilizzo di un tono “epico” a mio avviso fuori luogo per certe storie: benissimo per quella di Pantani, meno per Contador. Mi aveva convinto poco anche il capitolo sul campione sloveno, ridotto a una semplice biografia a cui è stato applicato quel tono “epico” senza alcuna necessità.

Con questa premessa, potrete immaginare con quali aspettative mi sono lanciata nella lettura dei capitoli successivi, primo tra tutti quello su Froome. Devo ammettere, però, che quel tono “epico” sempre presente si adatta abbastanza bene al racconto del Giro d’Italia del 2018 e a quella famosa tappa del Colle delle Finestre. Bisogna notare che il racconto di quella giornata è riuscito proprio perché è stata un’impresa epica, di quelle che si ricorderanno per diversi anni a venire. Io per prima ricordavo benissimo quella tappa e leggere il racconto mi ha fatto rivivere in pieno quelle emozioni e rivedere, come se le avessi davanti, quelle immagini spettacolari. Sorge dunque un dubbio: il racconto mi è piaciuto perché gli scrittori sono stati effettivamente bravi o perché per me quel ricordo era già importante e ben custodito? Dubbio lecito, a mio parere, soprattutto perché nei sondaggi proposti sui social in molti hanno ricordato Froome come un ciclista in grado di lasciare il segno.

Si passa poi al capitolo su Battaglin, un corridore che non conoscevo. Ho trovato particolarmente interessante la narrazione in prima persona con le parole di Giovanni: hanno dato movimento a un capitolo che altrimenti sarebbe risultato piatto e hanno dato una pausa, per fortuna, dal tono “epico” usato insistentemente dagli autori. Una boccata d’aria fresca. Un tema ricorrente di questo libro, almeno negli ultimi capitoli, è stato quello dell’essere un buon capitano per la propria squadra. Battaglin afferma che un buon capitano deve essere rispettoso, attento e avere sempre un buon rapporto con tutti.

È una cosa da tenere ben a mente perché il capitolo successivo su Chiappucci dà tutte le informazioni necessarie per essere un cattivo capitano. Anche in questo caso sono preziosissimi gli aneddoti esterni come quelli di Bontempi, ex compagno di squadra del Diablo. Attraverso le sue parole riusciamo ad avere un quadro più grande della personalità di Claudio e dell’atteggiamento che aveva verso i compagni di squadra. Per me è stato un racconto interessante proprio perché sono stati raccontati piccoli aneddoti e piccole storie che hanno significato molto per i suoi compagni di squadra e che hanno portato Bontempi a dire che lui e i suoi compagni non riuscivano a tifare per lui.

Il capitolo su Landa racconta la storia della sua carriera (ancora aperta) soffermandosi per un attimo sul fenomeno del “landismo”. Un capitolo per me senza infamia e senza lode: non mi ha fatto emozionare né mi ha lasciato sensazioni negative. Scarsissima presenza di aneddoti esterni (a memoria non ricordo di averne letti ma lascio il beneficio del dubbio) che avrebbero potuto rendere più interessante la narrazione della storia di un corridore che sa invece emozionare. Nulla da aggiungere.

Successivamente viene proposto il capitolo su Scarponi. Sono particolarmente combattuta nel cercare di dare un giudizio a questa storia: il tono “epico” in questo caso non stona, ci sono interventi esterni che aiutano a delineare in modo preciso la personalità di Michele. Tuttavia, non riesco a capire se mi è semplicemente piaciuto leggere e ricordarlo o se è un capitolo che davvero merita voti alti. È lo stesso dubbio che mi è venuto leggendo il capitolo su Froome e mi sa che, a questo punto, posso dire che ho apprezzato la storia di questi ciclisti più che il libro.

L’ultimo capitolo a mio avviso è uno di quelli riusciti meglio. Racconta la storia di Van Impe, ciclista da me e da tanti altri sconosciuto. Ho apprezzato molto i ricordi di persone che hanno corso con lui perché ho avuto l’impressione di conoscere questo ciclista sotto ogni punto di vista. Torna ancora una volta il tema dell’essere un buon capitano e cosa cercano i gregari nel loro leader. Mi è piaciuta l’idea di proporre un corridore poco conosciuto perché mi ha incuriosito e sono rimasta a leggere per il gusto di sapere chi era e cosa aveva fatto.

Nel complesso, se dovessi dare un voto al libro darei 5/10. I motivi penso siano ben chiari e parte di questa valutazione dipende dal fatto che sarebbe stato molto semplice migliorare alcuni punti negativi, come ad esempio la mancanza di aneddoti nei capitoli su Pogačar e Landa o la monotonia dello stile. I mezzi per apportare queste migliorie molto probabilmente non mancavano: forse si sono accontentati? Difficile da dire. Quello che non è difficile dire è che se dovessi trovarmi di fronte a un altro libro ad opera di questi due autori molto probabilmente non lo leggerei.

Sarebbe stata una questione diversa se gli autori fossero stati sconosciuti o senza mezzi e conoscenze per andare a migliorare i punti negativi di cui ho parlato: in mancanza di questi si può sempre guardare con un occhio meno critico e più di incoraggiamento, soffermandosi maggiormente sui punti positivi che negativi sapendo che c’è margine di miglioramento e che ogni opportunità per mettersi in gioco conta. Quando invece non mancano i mezzi per fare un ottimo lavoro, né tantomeno le conoscenze e le connessioni nel mondo sportivo, allora le mie aspettative si alzano: diventa difficile difendere un lavoro buono solo a tratti unicamente perché porta nomi famosi sulla copertina.