Ora che è finita la stagione ed è passato qualche tempo posso finalmente scrivere i miei pensieri su quello che è stato il mio “Dittico Lombardo”.
Per chi non lo sapesse, ho avuto la grande occasione di poter andare alla Coppa Agostoni e alla Coppa Bernocchi con il pass da fotografa proprio grazie al mio blog, al mio portfolio e all’impegno sui social media.
Ho fatto la domanda per il pass con tanta speranza, rimanendo però con i piedi per terra: il blog e i social media esistevano solo da 6 mesi circa, sicuramente c’era chi ha più esperienza di me e avrebbe potuto avere la precedenza. Potete bene immaginare dunque con quale gioia ho aperto le mail che confermavano gli accrediti e ho visto davanti ai miei occhi la possibilità concreta di fare un’esperienza che desideravo da tempo.
Più si avvicinava il weekend, più non vedevo l’ora di prendere la mia macchina fotografica e andare. Come si può descrivere quando finalmente arrivi a vivere quello che hai sognato negli ultimi anni? Come si può raccontare quello che ho provato quando ho indossato il pass con la scritta “fotografo”? Con un misto di soddisfazione, orgoglio e timidezza mi sono avvicinata davanti al palco per la presentazione delle squadre e sono andata fino ai bus.
Per la prima volta ero riconoscibile, non ero lì solo come appassionata con una Canon ma come una fotografa con una missione da compiere: divertirmi e imparare il più possibile. Devo ammettere però che non sapevo bene come comportarmi. Sapevo di avere tutto il diritto ad essere lì, che il pass era il risultato del mio impegno, ma non conoscevo l’etichetta e le norme sociali del caso.
A togliermi da questa situazione sono comparsi due simpatici signori con cui ho chiacchierato piacevolmente e da cui ho imparato la cosa più importante: non avere paura di buttarti e vai a rompere le scatole. Proprio così, è necessario buttarsi e non avere paura di fare domande, di presentarsi e di proporsi. Ascolto, prendo nota.
Quando sono arrivati i ciclisti mi sono subito accorta di una differenza fondamentale rispetto alle partenze a cui ho assistito da tifosa. Nell’ultimo caso ci si apposta ore prima per avere il posto migliore attaccato alla transenna, questa volta non serviva appostarsi così tanto tempo prima e potevo scegliere di spostarmi (quantomeno alla Coppa Agostoni, della Coppa Bernocchi racconterò più avanti).
Mi sono quindi trovata nell’insolita condizione di poter scegliere la posizione che più mi piaceva e di poterla cambiare in qualunque momento avessi avuto voglia. A prima vista sembra una cosa molto positiva ma per me che non avevo nessuna esperienza a riguardo è stato quasi difficile scegliere: quando non sai cosa funziona scegliere diventa più difficile. Vedo, prendo nota.
Nel tempo che ho trascorso in sala stampa prima dell’arrivo ho guardato le foto e ripensato alle cose imparate in mattinata per metterle in pratica all’arrivo. Per farlo ho iniziato a guardare il traguardo un po’ di tempo prima per capire bene quali fossero le zone destinate ai fotografi (spoiler: piccole e strette) e decidere quale fosse il punto migliore per ottenere buoni risultati con il mio obiettivo considerando distanza e prospettiva dalla linea del traguardo.
Dopo aver fatto qualche prova ho deciso di assicurarmi il posto (sì, all’arrivo bisogna appostarsi) e fare qualche domanda ai fotografi esperti che avevo intorno per capire al meglio quello che sarebbe successo di lì a poco. Da qui ho capito che, sebbene ci siano delle linee tracciate per terra ben definite, nessuno segue fino in fondo le regole e nessuno rimane davvero entro quelle linee: se volevo ottenere lo scatto perfetto dovevo buttarmi (letteralmente) per evitare che gli altri fotografi si mettessero sulla mia traiettoria.
Mancano pochi chilometri alla fine, tutti si mettono in posizione. Ultimo chilometro, macchine alzate, dito sul pulsante. “Ricordati che se vuoi avere il soggetto ben definito con questo obiettivo devi essere un cecchino”. Fisso lo sguardo nell’oculare, su quel puntino rosso in mezzo. Yates arriva. “Sono un cecchino”. Puntino rosso su Yates, scatto continuo, alza le braccia, poi un pugno. Sfreccia di fianco a me. Controllo freneticamente se la foto c’è. Sì, la foto c’è.
Ma non è ancora finita, arrivano tutti gli altri, devo rifare tutta la procedura dall’inizio. Stavolta ero meno concentrata ma ho ottenuto comunque buoni risultati. Sulla concitazione del momento quasi mi sono dimentica di avere anche la premiazione e la conferenza stampa post gara ma va bene così. Ho appena vissuto il mio primo arrivo di fianco a fotografi veri, in quel rettangolino dedicato. Mi sono buttata, ho ottenuto quello che volevo.
Sono tornata a casa contenta e un po’ trasognata, quasi incredula di aver appena vissuto una giornata del genere. Eppure, meno di 12 ore dopo, mi sono messa in viaggio per rifare esattamente la stessa cosa, o quasi. Il giorno dopo sono infatti andata alla partenza della Coppa Bernocchi.
