Il Giro d’Italia mi affascina sempre più, anno dopo anno. E ogni anno mi metto a riflettere sulle edizioni passate e su cosa mi aspetto per quella di quest’anno. Questa volta, però, voglio riflettere su come sono arrivata qui. Stasera (ebbene sì, questo articolo viene scritto di sera dopo il mio più ordinario lavoro d’ufficio) voglio ripercorrere quelle tappe che mi hanno formato come appassionata di ciclismo e che mi hanno portata dove sono ora, a distanza di anni.

La mia prima esperienza che mi ha portato a vivere il Giro d’Italia da vicino risale ormai a una decina di anni fa, quando la corsa rosa è passata attraverso il mio paese. Era domenica ed ero scesa in piazza per vedere passare i corridori, curiosa di sapere cosa sarebbe successo. Al passaggio dei fuggitivi a forte velocità mi metto ad aspettare il gruppo, che sembra non arrivare mai.

A questo punto mi confronto con il nonno, decisamente più esperto di una ragazza di 15 anni. Ovviamente, nella mia inesperienza pensavo fosse una follia credere che fosse possibile recuperare un ritardo di più di 7 minuti e che la gara fosse già finita, ma sono stata spronata, dopo il passaggio del gruppo, a tornare a casa e a guardare la fine della tappa.

Se ci fossero dei dubbi anche tra voi lettori, specifico che il nonno aveva ragione e la fuga, alla fine, era stata ripresa. Da qui mi sono posta tante domande e curiosità, tra tutte: se sono capaci di fare questo, cos’altro saranno capaci di fare? E poi: com’è possibile che così tanta gente aspetti il passaggio del Giro d’Italia? Per me, ancora inesperta, era quasi una follia. Chi mai può pensare di stare ore sotto al sole e alla pioggia per aspettare un gruppo di ciclisti che passa?

Eppure, giorno dopo giorno, mi sono ritrovata a guardare una tappa dopo l’altra, spinta dalla curiosità di sapere come sarebbe andata a finire. Quell’anno ho visto per la prima volta affrontare il passo dello Stelvio, ai miei giovani occhi un’impresa quasi folle ed estremamente affascinante.

Quell’anno aveva vinto Quintana ma sapere com’era andata a finire la gara non era bastato per soddisfare la mia curiosità. Dall’anno successivo ho cominciato a informarmi di più sulle tappe, sulle possibili strategie per capire sempre più a fondo cosa significasse correre un Giro d’Italia.

La corsa era diventata una mia fedele compagna di studi, un appuntamento fisso che mi spronava a dare il meglio anche nelle mie attività (con un pensiero molto ingenuo: se loro possono fare la fatica di correre un Giro d’Italia anche io posso impegnarmi al massimo in quello che faccio).

Arriva poi, a distanza di qualche anno, un arrivo di tappa non troppo lontano da casa mia e vado a vederlo, arrivando qualche ora prima per ottenere una buona posizione per vedere i corridori.

Pian piano, allora, ho capito. Non è semplice curiosità per la gara che spinge le persone ad aspettare il passaggio della corsa rosa sotto qualunque evento atmosferico, ma qualcosa in più, quella sensazione di prendere parte a qualcosa di inimmaginabile e al tempo stesso molto reale.

Solo una settimana fa, però, sono riuscita a dare un senso più concreto a quello che provavo per questa corsa e per il ciclismo. Risuonano ancora le parole di Fabio Genovesi, che ho ascoltato settimana scorsa alla presentazione del suo nuovo libro: “amo la follia alla follia”.

E lì, ascoltandolo definire così il suo amore per il Giro d’Italia, sono riuscita finalmente a consegnare a delle parole qualcosa che sentivo ma che non sono riuscita a esprimere per diversi anni. Quello che mi ha spinto a mettermi in prima persona ad aspettare la corsa rosa e a spostarmi in altre città per andare a vedere una partenza o un arrivo di tappa.

D’altronde, cosa può spingerti a fare qualcosa di folle, agli occhi di altre persone anche insensato, se non qualcosa che ami alla follia?